martedì 12 febbraio 2013

La cinquecento cilestrina - 8- La stazione



Quando il signor Maffeo disse che mi avrebbe insegnato a guidare il treno e che potevo salire sulla locomotiva con lui quando volevo, non intendeva proprio quando volevo. 

Ci pensai per un paio di giorni… 

Poi cominciai a recarmi quotidianamente alla stazione: imparai a memoria gli orari di tutti i treni, studiai il tabellone delle fermate. Nel giro di una settimana ero pronto: conoscevo tariffe, tipologie, tempi di percorrenza. 
Scelsi di salire sul treno delle 16.12 di un venerdì pomeriggio qualunque, che per la mia mamma non fu qualunque per niente. Avevo sette anni. Potevo stare in piazza con gli amici per l’ora di merenda. Alle quattro e mezza dovevo rientrare. Io, quel giorno, alle quattro e mezza non ero ancora a Iseo. 

E il signor Maffeo si era scordato di dirmi che non era l’unico macchinista.

Già a Govine mi resi conto che, al contrario di tutti gli altri passeggeri, io non avevo il biglietto. Ma pensai non fosse un vero problema, visto che ero stato invitato dal signor Maffeo in persona. Rimasi quindi seduto sulla mia panchinetta rivestita, a guardare il paesaggio da una prospettiva inconsueta. Mi ero portato pure una sacca da viaggio, con tre numeri di Provolino, uno di Geppo e due di Felix, che nella fretta dei preparativi non ero riuscito a scegliere. Avevo preso anche un Tegolino del Mulino Bianco, che mia mamma aveva comprato la sera prima -dopo due intere settimane di suppliche e bisognava proprio provarlo. Una borraccia d’acqua, tre caramelle elah gusto liquerizia, la sciarpa della juve e un fazzoletto di cotone bianco. Mangiai con calma il mio Tegolino, che era l’ora della merenda. Preferivo la Girella, ovvio: la Girella era sempre la migliore, ma anche il Tegolino non era male. Ingollai un sorso d’acqua, destreggiandomi in precario equilibrio durante una curva.

Lo stridore cadenzato delle rotaie mi affascinava. 
Chissà se mi avrebbe stancato, quel ritmo rintronante, lavorando tutti i giorni sul treno, da Edolo a Brescia e ritorno. Passando da Pisogne avrei dato il buongiorno a Marisa con tre fischi della littorina e lei, avrebbe capito e avrebbe pensato a me. E magari sarebbe corsa sul balcone a salutarmi con la mano. E io sarei stato il macchinista più felice del mondo.

Mi pulii la bocca con il fazzoletto bianco e attraversai per tutta la lunghezza il mio vagone ed il successivo, tenendo stretta la mia sacca da viaggio. Entrai nella locomotiva, che aveva una porta a gancio pesantissima. Il signor Maffeo, alla guida, era più alto e certamente più grasso. Si girò verso di me. Aveva anche una faccia decisamente diversa, alla guida del treno, il signor Maffeo.
 “Cosa ci fai tu qui?”
Mi chiese quel signor Maffeo con una voce diversa dal signor Maffeo e capii che non poteva proprio essere il signor Maffeo… Ma allora chi era l’uomo alla guida del treno? E che ne aveva fatto del povero vero signor Maffeo? Sbiancai al pensiero. Magari il signor Maffeo era stato legato sul retro del treno, oppure sopra ed ora era lassù a guardare le nuvole e a dire: “questa è una pecora, questa è la Marisa…”.

Uscii a gambe levate dalla cabina di guida e mi precipitai a salti giù dal vagone, che nel frattempo si era fermato a Timoline, planando a piè pari sulla banchina. 
Corsi di tutta fretta a raccontare la mia scoperta alla signora della biglietteria che mi sembrava la nonna Rosy e una che assomiglia alla nonna Rosy non poteva proprio essere perfida. Mi portò, infatti,  una cioccolata calda in un bicchierino di plastica marrone e mi porse alcune domande, facendomi accomodare sulla seggiola accanto alla sua. Era una sedia di pelle verde. Sembrava pelle di dinosauro. Accidenti, una sedia di pelle di dinosauro. E con le ruote sotto. Era davvero la più bella sedia che io avessi mai visto. La signora uguale alla nonna Rosy fece una telefonata, ripetendo due o tre volte il mio nome e il mio cognome e poi il nome del mio papà e quello della mia mamma, che mi aveva chiesto. Io cominciai a leggere Geppo. 

Poco più tardi vidi la cinquecento di mio papà fermarsi davanti alla porta della stazione. La mamma piangeva. 
Forse sapeva cos’era accaduto al vero signor Maffeo.


Racconto scritto nel 2010, ad accompagnare la mostra fotografica di mio marito "I lake Pisogne", altre fotografie su: 
https://plus.google.com/photos/113258995033312588615/albums/5482977161003555329?banner=pwa

Nessun commento:

Posta un commento

Vuoi lasciarmi il tuo pensiero? Grazie!!!

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...