giovedì 18 novembre 2021

Tutto chiede salvezza, Mencarelli

 LIBRO 35 - 11/2021

TUTTO CHIEDE SALVEZZA, DANIELE MENCARELLI, MONDADORI, 2020.

NO SPOILER


Ad ogni pagina, prenderesti i loro visi tra le mani. Per guardarli in fondo agli occhi e tirar fuori i fiumi di bellezza che scorrono dentro. Te li porteresti a casa tutti, i protagonisti. Come quei gattini fradici che hanno bisogno di una coccola e un pochino di riposo per tornare fieri e rubesti.

Se non fosse stata la scelta mensile del mio gruppo di lettura, non avrei mai letto due libri di Mencarelli uno di seguito all'altro. I motivi sono fondamentalmente due: Mencarelli lascia troppi lividi (c'è bisogno di guarire prima di passare alle botte successive) ed è pura meraviglia, da centellinare, è quello scrittore da tenere sul comodino, in attesa, perché a volte è sufficiente sapere di avere da parte una scorta di bellezza per rassicurare il cuore. E perché, come sosteneva Lessing (che poi sia un tedesco a disquisire sul piacere ai miei occhi lo fa meritevole assai) è piacere già l’attesa stessa del piacere, no?

 

“La casa degli sguardi” è stato il mio primo Mencarelli una batosta emotiva devastante: parlare di bambini ammalati, bambini deformi o sfigurati, bambini che muoiono. lascia distrutti. “Tutto chiede salvezza” è di nuovo autobiografico, si concentra su una settimana di trattamento sanitario obbligatorio che Mencarelli ha subito a vent’anni. Questo suo secondo romanzo colpisce ancora e comunque, e ancora e comunque. Ci avvicina ai derelitti che portano in giro vite spezzate quasi tutte in modo irrimediabile

Ragazzi, più o meno giovani che si ritrovano a condividere la stanza con ricoverati di lunga degenza, ci guardano con occhi impauriti dai loro letti d'ospedale sentiamo le loro urla e il loro infinito silenzio. Percepiamo la loro ansia o la totale assenza di emozioni. La vita in bilico tra ragione e follia, tra senso di colpa e voglia di normalità, tra volontà depauperata e remissione.

Viviamo per una settimana accanto a loro come se anche il nostro letto fosse sistemato in quello stanzone a fianco di chi non riesce a fare altro che fissare un punto nel vuoto oppure a chi per sopravvivere si procura tagli sulle braccia. Guardiamo chi si sente donna e si smalta le unghie dei piedi e chi preferisce rintanarsi in una realtà fatta di uccellini sull'albero oltre la finestra. Sentiamo la stanchezza dei medici, la loro poca affezione, il distacco di una sensibilità troppe volte dilaniata, la scelta di una terapia farmacologica spogliata del dialogo, dell’empatia. E il dolore dei genitori che spesso diventa vergogna di questo figlio diverso, in qualche modo sbagliato. E sentiamo pure il caldo che ci incolla i capelli e l’odore grasso della minestra e il sudore che bagna i materassi e tanfa l’ambiente con la puzza di piscio nei pannoloni eterni.

L’autore ci fa affezionare a questo gruppo di sbrindellati. Ci fa affezionare al sé ragazzo, fragile davanti a tutte le emozioni, incapace di affrontarle, di assimilarle. Per la miseria, Mencarelli, ti si vuole bene.

Lascia domande aperte sulla reale utilità di trattamenti di questa tipologia, così brevi per cambiare una vita, lunghi se non curativi, avulsi da un contesto che risucchia il ricoverato appena mette un piede fuori.

Lascia impotenti. Lascia pugni stretti, occhi umidi e labbra che tremano.

#ilibridihollyeponyo

 

“Vorrei avere una corazza, un’armatura del miglior ferro, capace di tenermi distante dalle cose, vorrei non disperarmi per la disperazione degli altri, non sentire la madre di Giorgio come mia madre, la vita degli altri saldata alla mia con un patto di sangue.” Pagina 52

“Eccola la mia ossessione, il mio desiderio patologico. Salvezza. Dalla morte. Dal dolore. Salvezza per tutti i miei amori. Salvezza per il mondo." Pagina 100

"Bastava talmente poco. Bastava ascoltare, guardare negli occhi, concedere. Una volta, una sola volta. Invece non lo hanno fatto. Perché per loro non eravamo degni di essere ascoltati. Perché i matti, i malati, vanno curati, mentre le parole, il dialogo, è merce riservata ai sani." P. 188

venerdì 12 novembre 2021

La casa degli sguardi, Mencarelli

 

LIBRO 34 - 11/2021

LA CASA DEGLI SGUARDI, DANIELE MENCARELLI, (2018), MONDADORI, 2019.

NO SPOILER

 

Quando ero adolescente mi raccontavano come i manganelli dei carabinieri provocassero danni enormi senza lasciare lividi troppo evidenti. “La casa degli sguardi” non è una badilata in faccia. “La casa degli sguardi” è come la leggenda metropolitana dei manganelli: qualche livido in superficie e stomaco e cuore a sbrindelli.

Ma negli occhi quintalate di meraviglia.

C'è un modo per discorrere delle malattie gravi nei bambini? C'è un modo per descrivere la morte, di un bambino? Parlare di una bara bianca con dentro una creatura che hai conosciuto a cui ti sei affezionato o di cui non conosci nulla, nemmeno il nome… C'è un modo per descriverlo quell’inferno lì?  Mencarelli intinge il suo pennino nel dolore che è un inchiostro di colore rosso cupo e un pennino che assomiglia più ad un bisturi.

Ma ci riesce, ci riesce benissimo Mencarelli e crea un protagonista (che forse non è per nulla personaggio) di un splendore disarmante. Un giovane uomo che si ferisce tanto con i petali quanto con le spine, che ha attraversato le peggiori dipendenze perché incapace a sopravvivere nella durezza e bellezza del mondo. Venuto al mondo senza gli strumenti per proteggersi, senza la corazza che permette ai nostri animi di arrivare al giorno successivo nonostante gli scontri, gli incontri, gli abbracci e le cadute.

Una sensibilità unica profonda perfetta che non trova un suo equilibrio nella vita reale.

“Si parli, semmai, di fragilità, di esseri nati con la pelle più sottile, un bassissimo numero di anticorpi a ogni bene e male del mondo, dal dolore alla tenerezza, malinconia e amore compresi”.

 

“La casa degli sguardi” lascia con gli occhi pieni di splendore come bisacce stivate per gli inverni aridi di bellezza, come chicchi di grano sulla nostra vita brulla, ma non lo nascondo, con il cuore sfasciato: è un gioco masochista è una lingua che batte continuamente sul dente che duole perché in mezzo a tanta sofferenza, raccoglie meraviglia, incanto.

Dicevo proprio stamattina ad un’amica-di-lettura che dai libri di Mencarelli mi aspetto sempre meraviglia, è solo la dose che cambia, perché è un essere dalla sensibilità fragile: è una di quelle “persone che le inchiodi con poco, basta un fiore per bucargli la pelle.”

 

Posso chiedere a babbo Natale che ne faccia scoprire una dozzina, di Mencarelli, per l’anno nuovo? Non di più però, che poi non ce la faccio a star dietro alle pubblicazioni…

 

“Ma la poesia lo testimonia il dolore, non lo cura. Le parole mi accompagnano da sempre, sono cristallo e radice, viaggio e lama, sono tutto, tranne medicina. La poesia non cura, semmai apre, dissutura, scoperchia.” Pag. 10

“La nostalgia arriva col suo macigno lanciato da lontano…” p. 21

 

#ilibridihollyeponyo

mercoledì 10 novembre 2021

Il ballo delle pazze, Victoria Mas

 

LIBRO 33 11/2020

IL BALLO DELLE PAZZE, Victoria mas, (2019), Edizioni e/o 2021, tradotto da Alberto Bracci Testasecca.

NO SPOILER


Lavora nel cinema, Victoria Mas, ed esordisce con questo romanzo che diviene un vero e proprio caso editoriale in Francia, due anni fa. E della cinepresa si percepisce la presenza, comunque, anche qui: la scrittura semplice, a tratti misera, ai miei occhi ha spesso evocato una sceneggiatura.

Il romanzo è un assaggio di quanto accadeva a fine Ottocento, quando delle malattie mentali si conosceva ben poco: se una donna era ritenuta da rinchiudere in manicomio anche per motivi veramente utili, per poco più che un capriccio maschile, isteria o malinconia e l’ospedale psichiatrico Salpetrière chiudeva i suoi portoni in una Parigi fredda, e tetra.

È una passeggiata tra ampi saloni, dormitori dalle alte finestre sui parchi questo romanzo. Si cammina tra i letti guardando le donne distese o sedute sui materassi, le si sente gemere, chiacchierare, ridere emettere versi.

Ci si muove consapevoli che alla Salpetrière si sa bene quando si entra, ma non SE si esce…

Si visita il manicomio da turisti, apprezzandone l'architettura e le scelte estetiche, soffermandoci sui vialetti esterni. Si entra in contatto con il burbero e distaccato medico, ildottor Charcot: l'uomo per il quale è stata creata la cattedra di neurologia e maestro di Freud. Si seguono gli esperimenti del luminare sulle pazienti, ricerca e mondanità, dove anche la cura diviene spettacolo, con crisi provocate sotto ipnosi davanti al pubblico… Si tasta con mano l'efficacia delle infermiere, si conoscono le alienate rinchiuse tra queste mura per i motivi più disparati: ci sono donne rinchiuse perché prostitute, altre perché realmente portatrici di una patologia mentale altre ancora perché hanno subito una violenza e non ne sono uscite, altre perché coltivatrici di idee scomode…

Le protagoniste sono due donne: un'infermiera che crede nella scienza e nell’efficienza come possibilità per raggiungere l’emancipazione e l’alienata Eugénie, borghese curiosa e determinata a scardinare il suo destino di moglie e madre sottomessa. Le due personalità sono cariche di forza emotiva, due donne diverse per età e per destino che le accompagna nella vita, ma accomunate da questo desiderio di essere persone complete, realizzate, a prescindere dalla già scritta sorte femminile.

Non ho amato particolarmente la scelta del disturbo che caratterizza la protagonista in quanto lontano dal mio sentire: non amo la letteratura che fa l'occhiolino all'ultraterreno, all’esoterico, ad un mondo irreale... Senza dubbio il personaggio è ben costruito, donna interessante, intraprendente caparbia con la voglia e la necessità di imporsi per cambiare la visione del mondo femminile che l'ha preceduta, così abituato a chinare il capo al patriarcato. Avrei però preferito una scelta più sobria e sostenibile.

 

Il tema del libro è l’evento annuale, il ballo, durante il quale la borghesia può entrare in clinica ed incontrare le “pazze”, il momento diviene l’emblema di questa cura/esibizione, dove gli animali da circo sono le figure femminili a cui è concesso, per un giorno, di sognare una vita normale, fuori dalle mura.

L’amaro in bocca, alla chiusura dell’ultima pagina m’è rimasto perché su molti aspetti la Mas è rimasta in superficie, come a presentarci oggetti piatti che rimangono a galla. Avrei preferito un’analisi più approfondita dei personaggi, per esempio, spesso bidimensionali, o delle dinamiche o delle cure…  è un libro ricco di scene visivamente forti e ben congeniate, pare proprio la base per il film (uscito nel 2021, che però ho letto non aver ricevuto recensioni a 5 stelle!), che guarderò, chissà.

#ilibridihollyeponyo

sabato 6 novembre 2021

Nel mare ci sono i coccodrilli, Fabio Geda

 

LIBRO 32-11/2020

Nel mare ci sono i coccodrilli, Fabio geda, Baldini & Castoldi (2010), 2013.

NO SPOILER


Quando leggiamo una biografia il nostro atteggiamento è diverso. Anche senza volerlo ci predisponiamo all'accoglienza della persona reale che siamo destinati ad incontrare e conoscere all'interno delle pagine. E con lo snocciolarsi degli eventi, con lo scivolare tra i capitoli, ci scopriamo a soffrire e a gioire con il protagonista. Viviamo una tensione reale, una sincera preoccupazione per quello che può accadere. Siamo consapevoli che il protagonista sopravvivrà in quanto è il narratore del romanzo Ma come? A quale costo? Questo ce lo svelano le pagine mantenendoci in uno stato di agitazione continua.

Fabio Geda ci racconta la storia di Enaiatollah, bimbo di una dozzina d’anni che rischia di essere ucciso, dai talebani e per evitare l’immotivata morte a cui sta inesorabilmente andando incontro, parte, con la mamma.

Un brevissimo romanzo con un impatto istruttivo difficile da percepire in quanto le informazioni sulla vita in Afghanistan e sulle modalità di fuga da un paese all’altro ci arrivano con leggerezza senza alcuna intento didattico. Ma ci arrivano e non possiamo fingere che non sia così. Geda cii sbatte in faccia cosa significa nascere in un posto dove nulla è scontato, nemmeno che un bimbo abbia il diritto di vivere.

Ho apprezzato la narrazione concreta diretta, a volte rude, altre naive. Ho adorato certi esempi meravigliosi: paragonare i sogni alla carota davanti al naso dell'asino oppure l'altezza di un bimbo a quella di una capra.

È un libro emotivamente pesante: gli accadimenti sono reali, questo fatto spesso strugge… Bisogna avere un certo stomaco ed occhi asciutti per sopportare la follia di alcuni trasferimenti a cui è sottoposto il protagonista. Racconti soffocanti, dolorosi, ricchi di ansia e paura perché la vita non si interrompa, che ha un qualcosa di primordiale; ma insegna l’accoglienza. Ci consiglia di ascoltare prima di avere un'opinione, a fare, ad aiutare prima che l'altro chieda. Leggerò di certo anche la continuazione anche solo per la curiosità di sapere come sta il resto della famiglia del protagonista al quale pagina dopo pagina ci si affeziona come un figlio.

E ricordiamoci sempre che afgano non è sinonimo di talebano.

 

#ilibridihollyeponyo

lunedì 1 novembre 2021

Pomodori verdi fritti, Fannie Flagg

 LIBRO 31 10/2020

Pomodori verdi fritti  al caffè di Whistle Stop, Fannie Flagg, (1987), BUR 2020.


NO SPOILER

Vi ricordate quando da adolescenti vi arrivava l'attacco di ridarella e vi sganasciavate dalle risate anche in pubblico? A me accadeva anche scuola durante una lezione, oppure sul pullman o in metropolitana, persino in casa con mia madre che mi guardava torva con quell'espressione “quando io l'ho partorita non era deficiente”. Ecco leggendo Pomodori verdi fritti vi capiterà la stessa cosa. Di nuovo, uguale sputata.

Dunque, io ero in sala d'attesa al centro trasfusionale dopo aver compilato il mio bravo questionario Aspettavo il mio turno per essere svenata. Ho letto un paio di passaggi del giornale della signora Dot Weems (un inserto che si trova all'interno del romanzo e compare ciclicamente) e non c'è nulla da fare: io rido. Non è che sorrido, no. Rido di gusto e non riesco a contenermi. La cosa diventa imbarazzante la gente mi guarda. Allora chiudo il libro e mi metto a scorrere Facebook, con tono decisamente più diplomatico.

Questo libro è un viaggio nella vita vera di un paesello americano, tra il 1929 e gli anni ottanta, fatta di gioie, malinconie, dolori, risate, morti, scherzi, nascite: una digressione sulla filosofia del vivere bene, di chi, la vita, sa prenderla dal verso giusto.

Le pagine scorrono su diversi piani temporali intitolata all'inizio di ogni capitolo con una data chiarificatrice: a volte c'è la descrizione di un accadimento, altre un estratto dalla pagina di un giornale locale, altre ancora è una donna anziana in una casa di riposo e racconta il passato dal salottino per le visite.

Narra la sua vita che fu, la signora Ninny, e quella di buona parte del paese. La trama è lo scorrere del tempo in un piccolo paese: Whistle stop nato attorno allo scalo ferroviario e ciò che accade in una famiglia e in un caffè, aperto dall’altra parte dei binari.

Le protagoniste sono donne molto diverse tra loro: le due proprietarie del caffè: Idgie maschiaccio, passionale, sguaiata, impulsiva e Ruth, moderata, calma, dolce, bellissima; la signora Ninny oramai molto anziana che risplende nelle sue peculiarità di donna dedita agli altri, riflessiva e vigorosa. Ed infine il bellissimo personaggio di Evelyn alla ricerca di se stessa e del suo posto nel mondo, allegra, simpatica e forte.

Donne molto diverse tra loro ma tenaci, capaci di trovare la loro strada e di seguirla con determinazione; figure da leggere nella coralità del racconto, perfette in queste differenze che si completano in un brano di vita, a più voci.

È un romanzo dove l'amore la fa da padrone, l'amore in senso lato: l'affetto per una persona anziana, il bisogno di aiutare un bambino disabile, la necessità di sfamare i mendicanti, proteggere i bisognosi e le persone di colore (nella prima metà del 900…) ma è anche amore di coppia a volte passione folle che fa compiere gesti inauditi, altre volte dolcezza quieta di un cuore che ti accoglie e custodisce da tempo, a volte impeto, a volte prendersi cura.

È uno spaccato Meraviglioso sull'America dei primi del 900 fatta di patii in legno dove sostare e riposarsi, di tavolacci dove trovarsi per giocare a carte e bere una birra; fatta di chiese e pastori che cercano di mantenere unito il paese, di ragazzini che hanno bisogno di lasciarlo, alla ricerca qualcosa di nuovo.

Un libro zuccheroso. Un libro che mette a posto l’anima, soprattutto se viene dopo letture strazianti. Vero, sincero, ma è anche una coccola.

 

Prima di lasciare il centro trasfusionale, col cerotto sul braccio e la sacca di sangue col mio nome sul carrellino, un’infermiera mi avvicina e sottovoce:

“Sto passando un periodo di fermo con i libri. Me lo daresti il titolo del tuo?” e mi strizza l’occhio.

#ilibridihollyeponyo

 

venerdì 29 ottobre 2021

Canne al vento, Grazia Deledda

LIBRO 30/2020

Canne Al vento, Grazia Deledda, (1913), Acquarelli 21010

NO SPOILER

Riuscite ad immaginarvi nella stanza di una Pinacoteca? Immersi nel silenzio, state passeggiando tra quadri antichi di paesaggi agresti. Millet, per esempio, potrebbe calzare. Le ambientazioni di Millet, con le descrizioni dettagliate, i cieli dai colori tenui, i campi coltivati così realistici da sentire le zolle di terra sotto i piedi, gli sfondi naturali, i contadini intenti a fare, immersi in atmosfere bucoliche. Le pagine di Canne al vento si sfogliano così: tra un quadro e l'altro.

Le raffigurazioni della vita sarda d’inizio ‘900 sono visibili, non solo leggibili. Si scorgono i monti, collocati a corona in fondo, si distinguono le valli, i paesetti più o meno arroccati. Le stradicciole e i tratturi. Le erbe, il vento che attraversa le canne, i profumi delle euforbie, i colori delle violaciocche, i melograni dorati che si spaccano al sole e lasciano cadere acini di madreperla. I porticati coperti dalla vite traboccante di grappoli d'uva. Le donne sedute con scialli neri o corpetti rossi, a filare, o ricamare. Il rosario. Il silenzio. La vecchiaia, il tempo che scorre inesorabile. Ora a sfondo ora in primo piano, questi quadri palpitanti, si svelano tra le righe.

Le tre nobili sorelle Pintor, attendono immobili che il tempo trascorra e l’arrivo del giovane nipote: sconosciuto atteso e temuto, accanto ad esse da puntello e nutrimento, la notevolissima figura di un servo devoto al limite dell’abnegazione.

Tra mura cadenti di palazzi dove l’antico splendore della nobiltà perduta è ormai una patina incrostata di bellezza avvizzita, dove il consumarsi del tempo si avverte nell’usura delle suppellettili, delle dimore, degli arredi, delle persone.

Le donne guardano lo sfacelo del loro patrimonio oramai dissipato e attendono il domani senza speranze e senza alcuna volontà. Solamente il vecchio servo sfinito, vecchio, malato, continua a sperare e a prodigarsi per un domani migliore.

La precisione con cui i personaggi vengono delineati e la dovizia di particolari che li caratterizza sia nell'aspetto esteriore (dalle rughe del viso, al bottone della giacca, alla trasparenza di un tessuto liso) che nell'aspetto interiore dal carattere (le paure, i dolori, le tristezze. Ma anche la passione che fa brillare gli occhi e la malizia che tira le labbra…) contribuiscono a creare figure talmente realistiche da sembrare note: il servo Efix, potrebbe essere un lontano zio, un po' antico nei modi, ma estremamente reale.

Ho gustato questo libro come faccio raramente: mi trovo spesso a divorare nella foga passare al successivo, anche quando mi trovo davanti a romanzi notevoli.

Di “canne al vento” ho percepito da subito la preziosità di ogni singola pagina, la necessità di fermarmi dinnanzi ad ogni raffigurazione apprezzandone la singolarità, ho trascorso mesi in questa Sardegna ruvida, mentre, parallelamente mi ingozzavo di altro.

Ho assaporato lentamente un quadro dopo l'altro, una pagina dopo l'altra, come le piccole caramelle che mia nonna si portava dal mare. Erano delle gocce dalla forma schiacciata, colorate. Zuccherine, da far sciogliere tra lingua e palato e attendere il lo spendersi del gusto, senza fretta, senza traccia di ingordigia.

È un libro attuale; un viaggio incredibile in una terra che non ho visitato ma è entrata spavalda nei miei progetti futuri, Sogno di girovagare attorno a Nuoro per calarmi in queste atmosfere cercando i paesaggi così minuziosamente descritti.

Quest'opera è un capolavoro immenso: sbroglia matasse tra uno spaccato rurale e una nobiltà orgogliosa che si sta sciogliendo al sole e parallelamente, gronda tradizioni, credenze popolari di magie e malocchio, bimbi mai nati, folletti e fate.

È questa terra, la vera protagonista ancestrale, evocativa, aristocratica e agreste.

ilibridihollyeponyo

mercoledì 20 ottobre 2021

L'Arminuta e Borgo sud, uno dopo l'altro

L’Arminuta, Donatella di Pietrantonio, Einaudi, 2017

Borgo Sud, Donatella di Pietrantonio, Einaudi, 2020

NO SPOILER


Anni fa, molti anni fa, capitava che passassi una notte con la mia nonna materna. E prima del sonno c’era il suo bel raccontare, al buio. Io rannicchiata nella cuccetta posta a fianco del lettone, ascoltavo i tempi lontani in cui mia nonna aveva una manciata d’anni e i capelli chiari.

Mi parlava, a volte, di certi bambini che crescevano dagli zii. Zii che non avevano figli, di solito, e che se la passavano benino, si prendevano l’ennesimo nato di una nidiata scheletrica e lo tenevano per un po’ o forse per sempre. La povertà nella nostra terra fiera tra montagna e lago poteva essere rabbiosa. Questi bambini a volte ritornavano che erano ancora piccoli, o da adulti, sempre con arie da signorini compassati.

L’Arminuta è la storia di una di queste bimbe che tornano: una ragazzetta di cui non si fa nemmeno il nome, che sale le scale di casa con le sue scarpe a ciondoloni in una borsina. Borgo sud è la stessa bimba, oramai adulta che cerca un posto nel cuore del mondo. È anche la storia di un legame tra due sorelle che si scoprono necessarie l’una all’altra.

Sono libri intrisi di tristezza. Scorri le pagine con un qualcosa di aguzzo uncinato nello stomaco, sperando che non accada altro di brutto, di peggio. Ma è una tristezza dolce, malinconica, che mette speranza in un domani migliore, voglia di rivalsa mentre ancora si deglutiscono lacrime. Forse è una trama facile, che si accaparra il lettore sensibile, trascinandolo a fianco di una bimba povera ma strepitosamente intelligente, ripeto, forse è facile, è vero… ma sarà che c’ho ritrovato i racconti di mia nonna, la storia è storia credibile. Ed i lutti che arrivano nello scorrere, non punteggiano forse tutte le nostre vite, tra una pausa di sereno e l’altra? 

Senza dubbio l’inchiostro con cui l’autrice ha dato vita a questi romanzi era misto a lacrime e sangue. E la scrittura: così leggera e curata, a volte mista ad un dialetto scabro, a volte arricchita da un passo poetico o una citazione, mai forzata né in una direzione né nell’altra, mi è parsa perfetta per questo narrare.

Una parola sui personaggi: sono descritti quasi esclusivamente dal lato che dà sulla protagonista, ma dotati, esplicitamente, di quella parte oscura di luna che non le è dato vedere. Perfetti, nel loro intrecciarsi, come un girotondo a cui la protagonista partecipa sempre (anche suo malgrado), dove vede bene i visi e mai le spalle…

Certe istantanee restano fisse nello sguardo: l’abito di Adriana con le conchiglie vere appuntate sul corpetto che si gonfia alle folate di vento; la guaritrice centenaria seduta sotto l’ombra di un’antica quercia ad accogliere i bisognosi in fila, il piatto di rigatoni lanciato contro la parete e l’alone unto che ne rimane…

Mi sono appassionata a questo spaccato di storia e di mondo, a queste vicende, ai personaggi. Ho sofferto e fatto il tifo. Ho gioito, mi sono preoccupata e addolorata.

E ho ripensato alla mia nonna triste con gli occhi cerulei, ed è stato bello.


 

 

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