sabato 7 maggio 2022

Ivano Porpora, la conservazione metodica del dolore,

  12 - 5/2022

Ivano Porpora, la conservazione metodica del dolore, Einaudi, 2012, 

NO SPOILER

La verità è che temevo che ci sarei rimasta male. Perché un post ad effetto lo sappiamo più o meno scrivere tutti, no? Ma un romanzo, ehhhhhh hai voglia.

Per questo non lo l’ho mai letto, Porpora. Lo seguo da anni su Facebook e sogno pure di fare un corso di scrittura, con lui... Ma come scrittore-scrittore, mi domandavo… e se poi è fuffa? Ho ascoltato le sue chiacchierate on line durante il lockdown, i suoi consigli dai film alle canzoni. Ho letto stralci, pensieri e raccontini. Ma un romanzo è un’altra cosa, e se mi delude? Perché io, se ci resto male, pare sempre una giornata di pioggia al tramonto e poi resto in bilico tra tristezza e vuoto per giorni.

Ecco, no, zioccan (così impreca il paese), proprio no.

Un calcio dritto nello stomaco a troncare fiato e perdere equilibrio, ecco cos’è questo libro!


È la storia di Benito uomo, Benito bambino, Benito adolescente. Ed è la storia di Viadana tutta Questo paese della bassa, tra campi e allevamenti e anse del Po.

Benito è un fotografo affermato che sta preparando la mostra più importante della sua carriera. “Omissis” è la raccolta di fotografie che ha scelto di presentare. Ma cosa lega, queste immagini tra loro? Cosa ricordano, cosa evocano, quale titolo dare ad ognuna?

Benito si ritrova a dover fare i conti con la sua patologia: il Grande Male che ha diviso la sua vita in fasi: prima e dopo quello specifico attacco epilettico. E questo disfunzione, in qualche modo, gli ha cancellato dieci anni di vita, di cui non ha alcuna memoria, dai sei ai sedici...  


“A un epilettico interessa constatare come stiano muscoli, cuore, sangue dopo ogni rotolata. Se la fronte è rotta, è un buon argomento di conversazione; se la lingua è stata morsa, e quanto a lungo: quello va bene. A un epilettico interessa la prima domanda che gli fanno quando rinviene, che di solito è: “Sai dove sei”; all’epilettico interessa la prima risposta, che sa ma non riesce a formulare, e gli interessa il dolore che ha sulla punta della lingua, viola e nera nei giorni di poi."


E deve fare i conti con l’archivio di fotografie ammassate nel tempo, Benito, in un metodico ordine alfabetico, chiuso a chiave.


“-Perché non butti le foto? - Mi dice ad un tratto.

- Non ho nulla da buttare, Mario, fanno parte di me.”


“-A volte c’è bisogno di deporre la macchina, - dice, e sembra che pali con sé. – L’occhio a volte va chiuso-. Poi riprende: -Perché conservi tutte le foto che fai, Benito?

-Perché io sono lì dentro- indico lo schedario, chiuso col lucchetto.”


Preparando “Omissis”, il fotografo si ricostruisce: gli anni perduti nell’oblio, le donne, gli scatti, gli amici, ma soprattutto il paese e i suoi abitanti con soprannomi bizzarri, occupati in lavori pesanti e sudore. Tiene insieme un circo, Porpora, di comparse perfette, chi clown, chi acrobata, chi domatore, chi fachiro e accompagna l’entrata in scena di ogni artista, al momento perfetto. Come in uno spettacolo degno di tale nome, ogni numero è un successo e ce n’è per tutti i gusti: per chi ride, chi piange, chi ha paura, con una destrezza puntigliosa, entrano in scena i compagni della band, il parroco del paese, il matto, papà e mamma, nonni, fratello, vicini di casa, donne, donne, donne… In una mirabolante carrellata di occhi, di storie, di corpi e di sessi. Di calore e freddo. Di dolore, tanto dolore, ma anche risate e corse in bicicletta e fotografie e politica e musica esigarette sul balcone d’inverno. E fiumi di vino rosso e tazze di camomilla con miele e limone. Un rutilante luna park dalla nascita del neonato a cui viene affibbiato un nome così ostinato, fino all’età adulta, senza mollare la presa nemmeno per un attimo.


Lasciatevi cullare dalla storia, ché la voce inciampa spesso in un dialetto tondo e sonoro, dalle maleparole, dalle bestiemme, dai nomignoli e sberleffi. Vi troverete a Viadana, in piazza, a domandarvi se le campane han ripreso a suonare.


Non vi dirò altro, ma leggetelo, a perdifiato, come ho fatto io, dedicategli tutto il tempo che avete. Ne uscirete con occhi luccicanti, cuore accelerato e un sorriso ebete.


“–Tu dici sempre che per te fotografare è afferrare una lucciola; io credo che a volte le lucciole sia necessario lasciarle andare.”


“- Che hai?

- È che a volte mi perdo. L’unico momento in cui mi sento reale è quando fotografo.”


. #ilibridihollyeponyo


lunedì 28 febbraio 2022

Blu, Giorgia Tribuiani

 “Blu”, Giorgia Tribuiani, Fazi editore 2021

Oggi pomeriggio ho visto il nome di Giorgia Tribuiani tra i candidati allo Strega, con la sua freschissima uscita “Padri”. Io l’ho scoperta lo scorso anno, con “Blu”. Vi ripropongo il mio pensiero su quel libro, credo che questa giovane scrittrice meriti attenzione.

Giorgia Tribuiani ci attacca un guinzaglio e, rude, ci trascina (peraltro in malo modo), nella foresta della follia; non ci accompagna delicatamente, non ci guida, ci strattona a forza, sempre più giù, nei luoghi delle nostre paure recondite, delle ansie. Non è un viaggio per tutti, ci vuole stomaco e destrezza, perché la Tribuiani non molla la presa e la discesa è impervia e il ritmo serrato…

Blu è un viaggio claustrofobico attraverso una mente ora in equilibrio, ora pericolosamente disturbata in costante tensione, col timore che qualcosa di brutto accada e che da lì, poi, non ci sia un rimediabile ritorno. È un monologo ma è anche un dialogo con se stessi. L'autrice gestisce maestosamente una matassa a più fili: la narrazione si srotola parallelamente tra: la vita della diciassettenne Ginevra/Blu, quella che la protagonista crede di vivere e quella che ha trascorso negli anni dell'infanzia. Il tutto in prepotente contemporaneità, con un'operazione di coesistenza simultanea perfetta, intrecciata a doppio filo con l’arte. La pittura, in cui la protagonista eccelle e la scoperta delle performance art la portano a rivedere la prospettiva di se stessa, i propri sogni e bisogni.

A Ginevra/Blu ci si affeziona, perché siamo stati tutti adolescenti: meravigliosi insopportabili impulsivi affettuosi menefreghisti stronzi, esattamente come lei, fragili corazzati delicati sensibili egoisti. E per lei ci si terrorizza, si teme che si faccia male, che le facciano male che si scopra nelle sue diversità e debolezze o che le scoprano estranei pronti a metterla alla gogna. Questo libro si legge, quasi in apnea, pagina dopo pagina, in una crescente tensione, ripetendo a mezza voce una nenia: “Adesso smettila Blu, non esagerare Blu, stai tranquilla blu, non fare così Blu, torna tra noi.”

Blu ci accoglie nello spazio circoscritto dei suoi pensieri: ambiente ampio, dilatato ma contemporaneamente chiuso e soffocante, schiacciato da sensi di colpa attuali e antichi. I luoghi non sono quelli del mondo reale ma quelli del pensiero che a volte trovano alloggio nella camera da letto, a volte nel bagno, in cucina, sul tram, al banco, in pochi altri luoghi reali; rimanendo principalmente luoghi della mente.

Giorgia Tribuiani dondola con maestria tra la gli spazi del pensiero, lasciandoci interdetti a chiederci: “ma sta accadendo? O è un ricordo? O lo immagina?” e ci strascica angosciati attraverso elucubrazioni, ridondanze, allucinazioni, disturbi ossessivo compulsivi, parole da ripetere, oggetti da calcolare, numeri che devono essere pari, battiti di ciglia che vanno contati e così i grani di riso. Gocce di olio che non possono cadere sul latte delle fette di mozzarella e contaminarle. Lampioni che non possono essere diciannove ma bisogna tornare indietro e trovarne ancora uno, venti, per trovare pace. E respiri che si interrompono e cuore che batte. E batte. E batte. Con una voglia incredibile di abbracciarla, questa Blu, stringerla, che noi lettori vogliamo proteggerla, noi lettori le vogliamo bene.

Uno spaccato sull’adolescenza e le sue caratteristiche primordiali, Blu è anche questo. Un centrifugato di emozioni straordinarie, mai piatte: sesso che è esaltante oppure fastidioso, amore che è uomo o donna, amicizia che non c’è e vorresti totalizzante, cibo da ingoiare o digiunare, abbracci o porte sbattute. Tutto bianco o nero. Anzi no. Bianco o Blu.

Io conosco questa autrice in FB. Se avessi scelto un aggettivo per lei avrei pensato a  “graziosa”, esteticamente certo, ma come modi, come approcci. Non la conoscevo come scrittrice (mi concentrerò a breve su “Guasti” e “Padri” poi) e no, non è graziosa. È potente. È vigore. È tenace. Non è un alberello di pesco o un cucciolo col fiocco. È un vento indomito, un bosco serrato, un randello. Una falce. Non è “graziosa”.

 


Paolo Milone, L’arte di legare le persone

 5 - 2/2022 Paolo Milone, L’arte di legare le persone, Einaudi, 2021


Mi diletto a segnarmi le “frasi belle”, nei libri, mentre leggo. Una righina verticale, leggera, con una matita grassa, sul margine esterno della pagina. Come scie d’aerei, orme sulla neve: con rispetto impongo al biancore una traccia del mio passaggio e del mio gusto.

Questa volta no. 

Questo libro non mi ha concesso predilezioni. E’ un tale tripudio di bellezza che continuo a rileggere. E mentre leggo e rileggo e trileggo mi rendo conto che sporcherei le pagine, con righine e doppie righine, ché ogni paragrafo merita menzione e ricordo. 


Quando scovai il titolo per la prima volta e ne lessi l’accoglienza osannante, pensai al bondage, a qualcosa di squisitamente sessuale. Ancora ci rido….


È uno psichiatra lo scrittore protagonista, che racconta il suo lavoro negli interventi d’urgenza, nei colloqui, nelturno in  reparto, nei TSO, nelle morti: “Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura, mi ritrovo a fare il lavoro che fa più paura a tutti”. 

E ancora una volta, la pazzia e la poesia prendono lo stesso treno e si siedono vicine vicine, nel viaggio attraverso una Genova luccicante: vie strette, dimore antiche di scale attorcigliate e ponti  da cui buttarsi e abitanti con le loro manie. Un viaggio tra fobie e dolori, mancanze e ditacchi. 


Un narrare autentico, sincero, lacerante e irriverente, ora stremato, demotivato ora accorato ed energico, come il nostro essere, ogni giorno, disuguali. E ci tira dentro la corsia, in malo modo a spinte e strattoni. Tra gli odori dei medicamenti, degli uomini, del piscio, dei cibi preparati dagli infermieri. Ci scontriamo con chi spacca tutto, persino costole o dita, persino se stesso. In chi si innamora del curante e cerca un contatto e lo rifugge. Ci imbattiamo in chi non ce la fa più e si butta di sotto e noi restiamo attoniti a guardarlo senza nemmeno il tempo di alzare le mani.

“Il paziente ha bisogno di uno che si stupisca, di uno che si commuova, di uno che raccolga la sua merda e risollevi la faccia ridendo, di uno che si confonda, che scappi, che gli metta le mani addosso. Cerca te, ha bisogno di te, non dei protocolli. Cerca il medico, non la medicina”. Pagina 35


Durante la lettura rimanimo in ammollo tra le pagine a domandarci… Chi è, il matto? E perché è spesso il dolore ad allontanarci da noi stessi in modo così irrimediabile?

E chi guarisce, poi torna a vivere? E come?

“I matti sono nostri fratelli . La differenza tra noi il loro è un giro di dadi riuscito bene - l'ultimo dopo un milione di uguali - per questo noi stiamo dall'altra parte della scrivania.” Pagina 23


In questi mesi ho letto la malattia mentale vista dalla Tribuiani e da  Mencarelli, torno a leggerne con piacere. Perché questo libro è un cioccolatino, prima del sonno, ma di quelli dolceamari. Nemmeno volendo lo si può divorare: necessita del tempo dell’ammirazione. Del tempo della meraviglia. Dell’accoglienze e comprensione del dolore. E del ritorno alla pagina precedente.

Spesso, alla fine di un brano, mi son detta “No, non può aver scritto una roba tanto bella.” E ho ripercorso i miei passi ad assaporare di nuovo. A soffermarmi su quei visi, sui loro occhi, sulle labbra, sulle parole. Sulla città, sull’ironia, sulla stanchezza, sulla sofferenza.

Sulle corde. Sul creare legami. Sulla potenza di certe descrizioni. Sui matti. Sulla poesia.

Leggetela, questa cesta di bellezza. Perché ce n’è sempre bisogno.


“Se vedo qualcuno che si sporge, offro la mano per non farlo cadere, e mentre lo tengo gli chiedo cosa vede punto Sono un vigliacco: Io guardo l'abisso con gli occhi degli altri.” Pagina 18


“Una notte insonne e breve per consolarsi del giorno prima. Una notte insonne e breve per prepararsi al giorno dopo. Aspra è la mattina: si riaprono i cassetti E riaffiorano i coltelli.” Pagina 53

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sabato 12 febbraio 2022

Le stazioni della luna, Ali Farah

 4 - 2/2022

Ubah Cristina Ali Farah, Le stazioni della luna, 66THAND2ND, 2021.

NO SPOILER


Donne. Due donne molto diverse: una bianca, una nera, una giovane: Clara, una d’età matura: Ebla, una cresciuta in una tribù nomade, una in bella casetta in città, una depositaria di generazioni di saggezza tribale, l’altra novella maestra pronta all’insegnamento; due donne nate in Somalia, che ritengono l’Africa la loro terra. Siamo nel 1950, l’Italia deve accompagnare la Somalia in una fase di “Amministrazione fiduciaria” di transizione.  

Il colonialismo italiano e le usanze tribali si guardano in cagnesco, in una Mogadiscio spaccata in due. Ci si trova, di fronte a posizioni opposte, e ad appoggiarne le ragioni col medesimo entusiasmo. E niente è in grado di metterci maggiormente in crisi. Perché le tradizioni somale vanno indubbiamente rispettate e mantenute, ma la civiltà porta un pediatra tra bimbi curati con litanie e miscugli magici, porta una maestra dove non si utilizza la scrittura.

E le due donne con il loro bagaglio di differenze che più greve non si può, si amano, come madre e figlia.


Il romanzo ci apre la porta ad un passato nascosto: questo colonialismo taciuto e spesso dimenticato, ci dà una bella tirata d’orecchi e un calcio nel di dietro. Ci sbatte dietro la lavagna con gli orecchi d’asino e non urla, non ringhia, non graffia. Racconta con freddo distacco e dolore trattenuto, mesto. Col sorriso di chi ha vissuto e visto tutto. E ci lascia il compito di trarne conclusioni, senza schiamazzi.


C’è poi questo aspetto che non avevo mai davvero affrontato e non riesco ad immaginare: come ci si può sentire italiani se mai si è vista la patria? E cos’è la patria? Quella di chi ti ha generato? O quella che ha visto i tuoi primi passi. Quesiti quanto mai attuali serpeggiano lungo tutto il romanzo. 

“Clara si chiedeva se avesse davvero senso rimpatriare in un paese in guerra, quando a casa loro erano al sicuro. Qualcosa Le sfuggiva in quel ragionamento: patria corrispondeva a casa o piuttosto era a casa la patria?” Pag. 36

Mi è dispiaciuta la brevità, mi ha lasciato un po’ con la bocca asciutta, avrei preferito più pagine, più dettagli, più vita. E invece resto con la voglia di capire, di conoscere, di sapere. Ma forse è anche questo il bello di certi libri: ci lasciano più assetati di quando li abbiamo avvicinati.


E sia, accetto consigli su tematiche simili, affrontate con sincerità e senza clamore.


"La vita è semplice quando si adempie ai propri compiti, quando ci si adatta alle circostanze. Ma cosa rimane dei desideri, se non sappiamo tenerne conto?" Pag. 101 

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giovedì 3 febbraio 2022

Pnin, Nabokov

 

3 - 1/2022

Vladimir Nabokov, Pnin, Adelphi edizioni, (1953) 1998, traduzione Elena De Angeli

NO SPOILER 

Posso confessartelo che è il mio primo Nabokov?

Sono terrorizzata da Lolita, ma chissà, un giorno forse… Prima di aprirlo, questo romanzo, ti lascio un consiglio piccolino. Non avere fretta, non c’è nulla nella pagina dopo, nulla di nuovo, nessun colpo di scena, è solo vita, pagine di vita un po’ grigia, un po’ monotona. Ma gusta ogni frase, ogni riga. Fermati e gusta ogni parola, che sono gioielli di meraviglia.

 

Ti racconto di questo Pnin, stasera, perché c’è Sanremo e a me non interessa e perchè i classici, vanno tolti dalla polvere, lucidandoli, ogni tanto. E perché siamo tutti Pnin, una volta, qualche volta, ogni giorno.

 

Antieroi. Patetici. Tristi. Insignificanti. Determinati ad adattarci e a non riuscire a farlo. Alla ricerca di un’integrazione che ci lascia sempre estranei, balzani. In un campo di battaglia che ci vede perdenti, attori impacciati di una lotta impari.

 

È la storia di Timofej Pavlovic Pnin, accademico russo, fuggito durante la Rivoluzione d’ottobre, in continuo pellegrinaggio senza trovare il posto dove mettere le radici. Anelando stabilità, cambia spesso la casa in affitto, Pnin, dapprima in Europa, poi lo scopriamo professore di russo in un’università di provincia negli Stati uniti (esattamente come accadde a Nabokov).

Oltreoceano Pnin si concentra sull’impossibile adattamento ad una civiltà, che lo schernisce… Dopo decenni ancora il suo inglese è sconnesso e continua a storpiarne la pronuncia.

La sua vita era una guerra senza quartiere contro oggetti insensati che cadevano in pezzi o gli si rivoltavano contro o si rifiutavano di funzionare, oppure scomparivano per pura malignità nel momento stesso in cui entravano nella sua sfera di esistenza

Pnin, distratto e impacciato inciampa in continui eventi imbarazzanti: ad un simposio sbaglia il discorso da tenere, portandosi la tesina di una studentessa; cade dalle scale, lava le scarpe in lavatrice, rendendole inutilizzabili, compra il regalo sbagliato, si perde in un viaggio, guida con imbarazzante imbranataggine. E a volte ne è consapevole, più spesso no, o ci convive… A rendere il tutto oltremodo triste, Pnin è innamorato dell’opportunista Liza, che passa da un marito all’altro con serenità ed eleganza.

"Perché non lasciare alla gente i suoi dispiaceri personali? Il dolore, mi domando, Non è la sola cosa al mondo che la gente possegga davvero? "Pagina 52

 

Nabokov crea un ritratto unico: ironico e buffo, onesto, esilarante e malinconico.

“Veniva apprezzato Non tanto per una qualche sostanziale competenza, quanto per quelle sue indimenticabili digressioni, durante le quali si toglieva gli occhiali per gettare uno sguardo radioso al passato strofinando nel contempo le lenti del presente.”

 

Pnin possiede cultura sconfinata, di dettagli e minuzie (viaggia da Anna Karenina a “Guerra e pace” a Omero, Dostoevskij, Cechov …), parla di arte e di storia. È innamorato della patria lontana che ritrova in paesaggi e rimandi e letture ed espressioni e modi di dire.

 

Pnin è un perdente maldestro e impacciato ma pieno di decoro e fiducia per cui non si può non provare affetto nei suoi confronti. Il lettore si trova a detestare l’entourage accademico che lo deride, mostrandogli un sorriso affabile. Pnin è un uomo fallito, ma buono, misero, goffo per natura, che porta in luce l’inconsistenza di valori dell’università provinciale, che millanta di essere produttrice di cultura mentre si occupa di autoalimentarsi. 

Lo stile di Nabokov, incanta, oscilla tra minuzioso realismo (ci basti la descrizione fisica e dell’abbigliamento di Pnin nelle prime pagine: lascia a bocca aperta) e potenza evocativa.

E ci lascia in testa un novello aggettivo: “Pniniano” o il verbo “Pninizzare” perché siamo tutti un po’ così. Tutti pronti a crearci il nostro mondo pniniano, cucito attorno: un nido a nostra misura, dove nasconderci rinchiuderci proteggerci.

 

Non voglio dimenticare la sequenza di parole bellissime che Nabokov nasconde tra le pagine e la traduttrice ha scovato e ci consegna lustre, parole che suonano liquide: rabberciato mannello ciancicato diaccio macilento meditabondo almanaccare rorida epitome florilegio marezzato malia compassato chioccolio sibaritico glabella discettare. Tienele sotto il palato queste parole, come caramelle da tenere lì

 

“Certe persone - e io sono di quelle - odiano il lieto fine. Ci sentiamo truffati. Il fallimento è la norma. Un destino funesto non dovrebbe incepparsi.” Pagina 27

 

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sabato 22 gennaio 2022

La peste, Camus

 

2 - 1/2022

Albert Camus, La peste, Classici contemporanei Bompiani, (1947) 2018, traduzione Yasmina Melaouah

NO SPOILER


Tu lo sai come sono stati il lockdown e la prima ondata COVID, nella mia provincia, tra i paesi attorno a Bergamo?

Il silenzio rotto dal suono di quaranta ambulanze al giorno? Gli amici in terapia intensiva o gravissimi a casa?. E i morti? Leggere i nomi dei morti su FB perché le carte non potevano essere affisse? Sapere di conoscenti partiti, giorni e giorni dopo? È morto anche lui, anche lei, sono morti entrambi i genitori di, il figlio di. Le file di ambulanze fuori dagli ospedali. Piantare bulbi in giardino, cocciuta e tenace che dovrà finire, dovremo uscirne prima o poi. Due ore tutti i giorni a scrivere messaggi per chiedere informazioni dei malati, per essere vicino a chi li aveva invece persi. Le telefonate che iniziavano col timore di un genitore con la febbre, di un parente con i sintomi. Occuparsi della pasta madre, per tenere la mente impegnata. Le amiche infermiere che si accasciavano a terra, con le piaghe della mascherina sul viso. Vedere una serie tv coreana, dove si amano e si guardano negli occhi. Mia sorella che mi chiama piangendo per i dolori alla schiena, ai polmoni. I mezzi militari a spostare bare. Portare le bare nelle regioni vicine perché i forni, a bergamo erano pieni per mesi. I malati espatriati, che la Germania ci ha aiutato. Tua mamma positiva. Tuo padre positivo.

La paura. L’ansia. La disillusione. La mancanza di sogni. Di speranza. Ogni giorno così, reiterato.

 

Leggere “La peste” dopo aver vissuto tutto questo e non averlo ancora (ancora?) metabolizzato, non lo consiglio. È un piombare di nuovo, ad ogni capitolo, ad ogni pagina, nell’angoscia silente e solitaria. Nell’affanno notturno.

 

La trama è semplicissima: la cittadina di Orano, sulla costa Algerina, viene sconvolta da un’epidemia di peste. Si sceglierà di isolare completamente il focolaio chiudendo ogni contatto tra Orano e il mondo, in modo continuo e senza aspettative che qualcosa possa cambiare, mentre la malattia non fa altro che progredire per mesi.

 

Camus, portandoci a passeggio tra vicoli e caseggiati, tra le corsie ospedaliere, i cimiteri e il lungomare ci accompagna in realtà dentro l’Uomo, dentro l’animo, dentro la psiche e sfoggia le diverse reazioni, i vari approcci che caratterizzano ogni personaggio e la popolazione tutta. C’è chi fugge, chi cerca la santità, chi l’eroismo, chi fa suo motto il puro senso del dovere, chi sceglie lussuria e piacere. In un calderone di sentimenti e sensazioni sensazionali conosciamo l’Uomo, soprattutto nel trovarsi inerme, dinnanzi alla morte. Ed è il protagonista medico che ci riassume il cuore del libro: “Non provo granché interesse, credo, per l’eroismo e la santità. Quel che mi interessa è essere un uomo”.

La peste obbliga i cittadini all’isolamentoe ad un conseguente profondo esame di coscienza, un’analisi della propria vita, sui valori a caposaldo.

 

In tali estremi della solitudine, infine, nessuno poteva sperare nell'aiuto altrui e ciascuno restava solo con la propria inquietudine. Se uno di noi provava per caso a confidarsi o a dire qualcosa del proprio stato d'animo, il più delle volte la risposta che riceveva, quale che fosse, lo feriva. Si accorgeva allora che lui e il suo interlocutore non parlavano della stessa cosa. Pagina 86

 

E alla fine ci si rende conto che nessuno è davvero capace di pensare a nessuno, fosse anche nella peggiore sciagura. Poiché pensare davvero a qualcuno significa pensarci ogni istante, senza essere distratti da niente, né dalle faccende di casa, né dal volo di una mosca, né dai pasti, né da un prurito. Ma le mosche e il prurito ci sono sempre. Per questo la vita è difficile. Pagina 256

 

Poi, sarò sincera, le descrizioni di: siero che non funziona, paziente zero, bollettini sanitari, ordinanze, file di ambulanze, carri per trasportare i morti, mi hanno disturbata non poco per le forti analogie, ma il fuoco dell’amore per l’Uomo, che scalda tutto il romanzo, è corroborante. Durante i giorni di morte e tribolazione, rimane l’amore come filo di speranza che unisce e sigilla rapporti.

Amore è voler scappare da Orano, per raggiungere la donna lontana, ma scegliere di restare.

Amore è curare, ogni giorno, con dedizione, anche chi ha già la vita lontana da sé.

Amore è perseverare nel proprio dovere fosse anche di raccolta dati e analisi delle evoluzioni.

Amore è accettare anche la morte di un bimbo e continuare a curare.

Amore è dedicare il tempo libero alla peste: alle disinfezioni, ai malati, ai morti.

Amore è lottare fianco a fianco, proteggendosi a vicenda.

Amore è guardare la morte di un amico dal suo capezzale.

Amore è morire in silenzio per non turbare chi hai attorno.

 

È un inno alla vita, all’andrà tutto bene, al ne usciremo migliori, perché, a volte, magari raramente, ma a volte questo accade.

 

FRASI DA RICORDARE:

 

In tempi normali sapevamo tutti, più o meno consapevolmente, che non c'è amore che non possa migliorarsi, E tuttavia accettavamo, in maniera più o meno pacifica, che il nostro restasse mediocre. Ma il ricordo è più esigente. Pagina 85

 

Semplicemente, continuava a pensare a lei. Avrebbe voluto scriverle una lettera per spiegarsi. "Ma è difficile," diceva. "È da tanto che ci penso. Fino a quando ci siamo amati, ci siamo capiti senza parole. Ma non ci si ama per sempre. A un certo punto, avrei dovuto trovare le parole per trattenerla, ma non ci sono riuscito." Pagina 94

 

"Le giornate sono lunghe e ultimamente non sono mai a casa."

"Non mi importa di aspettare, se si che prima o poi arrivi. E quando non ci sei, penso a quello che fai." Pagina 135

 

"Questo disco è deprimente," disse Rambert. "E poi oggi è la decima volta che lo ascolto."

"Le piace così tanto?"

"No, ma è l'unico che ho."

E dopo un momento: "Ve l'ho detto, la peste è un continuo ricominciare." Pagina 174

 

L'abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa. Pagina 194

 

Erano questi momenti di debolezza a dare a Rieux la misura di quanto fosse stanco. Non controllava più la propria sensibilità. Perlopiù trattenuta, indurita e inaridita di tanto in tanto esplodeva e lo lasciava in balia di emozioni che non sapeva più dominare. La sua unica difesa era rifugiarsi in quella durezza e serrare il nodo che si era formato dentro di lui. Sapeva che era il modo giusto per andare avanti. Per il resto non aveva molte illusioni e la stanchezza gli toglieva quelle che serbava ancora. Pagina 204

 

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sabato 15 gennaio 2022

Pastorale Americana - Philip Roth

 1 - 1/2022

Philip Roth, Pastorale Americana, Einaudi, (1997) 2001, traduzione Vincenzo Mantovani


NO SPOILER

La conoscete quella sensazione di dover esplodere? Sentirsi soffocare, comprimere, annegare, schiacciare, morire? E non voler fare assolutamente nulla? Non per debolezza o incapacità, no, per scelta, per mantenere intatto l’equilibrio, perché gli altri non ne soffrano, non ne risentano…

“Tu sei quello che è sempre lì a cercare di minimizzare le cose. Sempre lì che si sforza di essere moderato. Mai dire la verità, se credi che possa ferire i sentimenti di qualcuno. Sempre pronto ai compromessi. Sempre pronto ad accontentare la gente. Sempre lì a cercare di trovare il lato migliore delle cose. Quello educato. Quello che sopporta pazientemente ogni cosa. Quello che ha una dignità da difendere. Il ragazzo che non viola mai le regole. Quello che la società ti ordina di fare tu lo fai. Le norme della convivenza civile.” Pagina 275

Questo libro si legge in apnea, in estrema tensione. Con la sensazione chiara che il peggio non è stato ancora detto, che arriverà alla prossima pagina. Scorri le righe con la fronte contratta e le gambe rigide. E quando riponi il libro non ti rilassi, non ci dormi.

Pastorale Americana è un libro difficile: non puoi leggerlo in tram, o con tua madre che chiacchiera in sottofondo o mentre tua moglie che ti racconta la giornata. Non puoi leggerlo al parco, col via vai di passeggini. È una lettura intima, che esige concentrazione e raccoglimento. Solo così troverai laggiù in fondo, ben celato da maschere del quotidiano, oltre cancelli e porte che teniamo chiuse, tolte tutte le maschere, il coraggio di capire, di condividere, di ESSERE lo svedese.

"E, nella vita di tutti i giorni, nient'altro da fare che continuare rispettabilmente ad avere l'enorme pretesa di essere se stesso, con tutta l'onta di essere, invece, solo la maschera di uomo ideale." Pagina 175

E’ la storia di un uomo questa, che è l’America intera. Lo svedese è giovane, bello, bravo, atletico. Perfetto, in tutto, nel viso, nel corpo, nel carattere, nei modi. Un uomo di successo che porta l’azienda familiare a divenire un impero. Lo Svedese sposa una reginetta che aspirava a l titolo di Miss America: una donna dalla bellezza mozzafiato, intelligente, tenace, perfetta quanto lui.

Una coppia iconica che viene stroncata da un evento folle, una scheggia impazzita ingestibile. 

E lo svedese resta in piedi, pacato, sorridente, comprensivo. Ma tutto attorno, cade a pezzi. Tutti gli ideali, il sogno americano. Tutto.


“Nessuno passa attraverso la tristezza, il dolore, la confusione e la perdita senza restare segnato in qualche modo. Anche a quelli che da piccoli hanno avuto tutto toccherà, prima o poi, la loro quota di infelicità; se non, certe volte, una quota maggiore.” Pagina 23

E tra le macerie del suo mondo, tra i pezzi del nostro cuore che si frantuma senza aspettativa, lui sorride gentile. Con il vuoto dentro o troppo colmo. Pronto a scoppiare e a fermarsi in tempo. Perché nessuno soffra, nessun equilibrio si incrini.


“Lui si considera, comunque, responsabile. Lo ha fatto per tutta la vita, rendendosi innaturalmente responsabile, tenendo sotto controllo non soltanto se stesso ma qualunque altra cosa minacciasse di diventare incontrollabile, dando tutto per tenere insieme il proprio mondo.” Pagina 91


Prendetevi del tempo per leggere questo romanzo, per infilarvi tra le pagine come lame, una dopo l’altra, dentro lo stomaco. Prendetevi il tempo per stare male, per sporcarvi di lustrini e marcio. Per amare l’america e la sua dark side. Concedetevi il tempo per amare lo svedese, per volerlo salvare, abbracciare accudire proteggere. Da se stesso prima di tutto. Ma dovete innamorarvene prima.


È il mio primo Roth. Mi faceva l’occhiolino da anni, ma questi viaggi all’inferno mi lasciano sempre acciaccata e naufraga. Devo scegliere il momento giusto per affrontarli. Dunque arriverà tempo per un altro Roth, indubbiamente, ma fra qualche mese.


DA RICORDARE:


"...non dimentichiamo le cose solo perché non contano, ma le dimentichiamo anche perché contano troppo." pagina 57


"Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c'è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c'è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, La solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l'esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo." pagina 227


"La gente è infallibile: sceglie quello che ti manca e poi non te lo dà." Pagina 279


"Ciò che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza - esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quello che erano - e, svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà." Pagina 329


"Ci sono cento diversi modi di tenere la mano di una persona. Ci sono i modi in cui tieni la mano di un bambino, i modi in cui tieni la mano di un amico, i modi in cui tieni la mano di un anziano genitore, i modi in cui tieni le mani dei partenti, dei morenti, dei defunti. Lui tenne la mano di Dawn come un uomo tiene la mano della donna che adora, con tutta l'emozione che si riversa nella sua stretta, come se la pressione sul palmo della mano producesse uno scambio spirituale, come se l'intrecciarsi delle dita simboleggiasse ogni intimità.” Pagina 386


. #ilibridihollyeponyo


venerdì 7 gennaio 2022

Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, Shaffer - Barrows

 40 - 12/2021

Mary Ann Shaffer - Annie Barrows, Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, Astoria, (2008) 2019, traduzione Giovanna Scocchera – Eleonora Rinaldi

NO SPOILER

 

Come sedersi, all’ora del tè, con un vassoio di scones e riccioli burro morbido e marmellata di mirtilli e il coltello d’argento a spatola, in una veranda che dà sul giardino.

È un po’ così. Questa lettura.

Ed è un attimo ritrovarsi a cercare i voli o il traghetto per Guernsey e dove pernottare e cosa vedere.

Juliet, scrittrice londinese alla ricerca di una trama per il suo nuovo libro, riceve una lettera dall’isola in questione. Il mittente è Dawsey che narra di essere entrato in possesso di un libro che fu di Juliet, l’uomo è un membro del club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey. Inizia così uno scambio epistolare che si apre a tutti i partecipanti al club, in una giostra di parole che ha come fulcro Juliet.

La storia principale è leggera, a tratti frivola, senza corpo, come 8° mio avviso) la protagonista. Ma l’atmosfera che aleggia attorno, l’ambientazione, i personaggi disposti a corollario, gli eventi del passato a guisa di costellazione e soprattutto il contesto storico, meritano la lettura. Ma andiamo per ordine.

L’isola conquista, da subito, con i tramonti, i prati, le burrasche, il porto ed i villaggi così inglesi e così contaminati dal passato francese.

Alcuni personaggi sono interessanti. Dawsey, per esempio, se avete l’animo romantico, vi farà sospirare non poco (a parte la maestria a sgozzare maiali, per quanto mi riguarda…), o la meravigliosa Isola: bizzarra e balzana, colma di allegria, colora a tinte forti uno scorrere a tratti un po’ piatto…

Il contesto storico a cui alludevo è la seconda guerra mondiale. Queste isole di pescatori, così inglesi, così vicine alla Francia, hanno ingolosito i tedeschi che le hanno conquistate nel tempo di mangiarsi un muffin, per dar vita ad un’occupazione inutile e assurda, in cui gli isolani erano prigionieri tanto quanto gli invasori.

Questo è lo scorcio che mi porta a consigliarvi il libro: la sequenza dei singoli racconti di guerra. La scelta dell’epistolario, è azzeccata per quella che altrimenti parrebbe una catena di eventi singoli e slegati. Invece in questo modo, ogni mittente narra il suo vissuto come evento unico e finito.

La narrazione, leggera, morbida, gli eventi bizzarri (la scrittrice provocata da un giornalista arriva a scagliargli contro una teiera), la storia d’amore che s’infila sorniona, rendono il romanzo godibile, soprattutto nei momenti di transizione tra tomi devastanti, in quella fase di convalescenza che ogni lettore vive dopo letture memorabili.

E appena ho un attimo, il volo e il pernottamento a Guernsey lo cerco davvero.

#ilibridihollyeponyo

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