mercoledì 11 febbraio 2026

 

La sposa americana, Mario Soldati, (1977) 1978, Club degli Editori.

È il tradimento il vero protagonista del libro, analizzato al microscopio, sotto svariati aspetti: dal senso di colpa all’eccitazione, dall’esame di coscienza, alla paura di essere scoperti, dallo sfrenato coinvolgimento fisico, alla pianificazione serrata e razionale degli incontri, dalla pulsione sessuale allla gelosia cieca… L’adulterio, protratto negli anni, si autodetermina, diviene un atto dotato di identità propria, caratterizzato di propri valori e obiettivi, libero di scegliere le proprie azioni e le modalità di concretizzazione, le strategie per mantenersi in vita.

L’italiano Edoardo, professore di letteratura in California, si innamora e sposa l’addetta alla mensa universitaria: la bionda e pallida Edith, di origini cecoslovacche. Durante il fidanzamento la tradisce con una collega, ma ad un certo punto si redime convincendosi della felicità della condizione monogama. Come da cliché, però, proprio all’altare, durante la cerimonia delle nozze, arriva la migliore amica di Edith (nonché cognata), l’avvenente Anna, di origini siciliane, che mette sul tavolo un carico da undici di sensualità conturbante. E lì, la relazione clandestina prende coscienza di sé, pian piano, sotto la cenere le braci assumono colore e calore, il desiderio cresce, poi divampa, divenendo capace di intendere e di volere

Soldati non si sofferma troppo sulle differenze di estrazione sociale e cultura o sulle difficoltà di un amore che ha radici in persone così lontane e dissimili, no, discute piuttosto dei tratti estetici che contraddistinguono le donne, e dei due caratteri abbastanza simili, ma sempre ridanciani, leggeri, con una scarsa base culturale. In un gioco di paragoni e contrapposizioni l’autore ci racconta ciò che nell’una o nell’altra genera ora attrazione, ora tenerezza… Il protagonista si confessa senza ritrosie, come ad un amico comprensivo e tollerante, liberandosi da ipocrisie o falsi moralismi. Edoardo si racconta tra un flashback e l’altro, buttandoci in faccia secchiate di realismo cinico e irritante, privo di rimorso, rivelandosi egoista, egocentrico, narcisista, supponente, persino infantile… Capace persino di sperare in una tresca della moglie per giustificare le proprie.

La scrittura è raffinata, leggera ma elegante e introspettiva, senza diventare tediosa né ripetitiva. Un libro, per certi versi, attuale, sospeso tra memoria e modernità, con forti spunti autobiografici. Interessante la maestria descrittiva: dei luoghi (dei paesaggi, delle abitazioni con i loro orti e la povertà strabordante, degli ambienti anche casalinghi con dettagli emblematici legati ai divani o alle tappezzerie), delle persone (particolari delle mani affusolate e morbide, pallide o forti, dei capelli…), dei cibi (il banchetto di nozze o i pasti preparati dalla suocera cecoslovacca)… E il finale? Risolto in due parole, un colpo in pieno petto.

Ai miei occhi, un vero maestro.

 

“Avrei voluto qualcosa di assurdo: parlarle di amore a lungo ma in silenzio e senza abbracciarla, soltanto sfiorandola.”

“... la presi per mano e di comune istantaneo accordo, come investiti da un colpo di vento improvviso verso una metà di felicità, ci slanciammo correndo attraverso il piazzale deserto, che proiettori azzurri e altissimi rischiaravano di luce lunare.”

“Non ci siamo mai detti che ci andavamo. Non era necessario dircelo. Dircelo ci pareva una bestemmia che lo negasse.”

“Che senso aveva la vita? Nessuno, mi dicevo. Ero stato così felice che adesso non desideravo più nulla. Un tranquillo stupore, una ferma disperazione, una delusione per sempre, come se finalmente vedessi e toccassi con mano la verità ultima dell'esistenza.”

domenica 8 ottobre 2023

La disfida mancata di Luca Tempini.

 


La disfida mancata, Luca Tempini, Marco Serra Tarantola Editore, 2023

“La disfida mancata” è, in breve, il biglietto per un viaggio nel tempo.

Francesco Acciaiuoli, il protagonista, è il nostro viator, un giovane Virgilio, che ci immerge nel Rinascimento, ora amico pronto a svelare passioni e tristezze, ora maestro d’arte e politica.

Francesco è un aristocratico fiorentino che ottiene un ruolo di spicco nella corte delle meraviglie, quella di Lorenzo il Magnifico; grazie alla sua occupazione e alle competenze, ci porterà con lui nei luoghi dove il ‘500 è divenuto epoca d’oro, oltre a Firenze, la Roma dei Papi, dei fasti e degli intrighi, la Milano del Moro e del potere... Seguendo le orme di Acciaiuoli, passeggiamo tra i quartieri e le misere case della Firenze e Roma cinquecentesche, nei palazzi e nelle ville e castelli e regge…

Luca Tempini ci regala il ritratto di un uomo (e di un’epoca al contempo bigotta e libertina) con quella maestria che è frutto di accurate ricerche e approfondita documentazione, descrivendo i fatti ma anche l’arte e la politica con una modalità storicamente ineccepibile, concedendosi anche narrazioni di beghe, amori, miserie e pettegolezzi, con una scrittura scorrevole ma vezzosa ed elegante.

 

A mio avviso, è il mondo dell'arte il reale protagonista, questo ci permette di percepire tutta la passione dell’autore per la bellezza e la voglia di raccontarla; ecco infatti che Tempini ci presenta, quali amici di vecchia data, Leonardo, Michelangelo, Botticelli, ma anche Savonarola, Pico della Mirandola, Machiavelli, Isabella d’Este, i Borgia… In un turbinio di emozioni e meraviglia, ci troviamo ad ascoltare i sermoni gli oratori, ad osservare gli artisti all’opera: scalpelli e borbottii, prediche e lezioni, pennellate leggere, sudori di corpi che battono, invettive, pulpiti, fronti corrugate, sospiri, esaltazione ed afflizione.

E noi lettori, siamo proprio lì, accanto: assaggiamo ciò che mangiano, percepiamo il fruscio dei tendaggi, tocchiamo la leggerezza o morbidezza degli abiti, ammiriamo gioielli e acconciature, annusiamo gli odori delle sale, sfogliamo testi. Soprattutto, ammiriamo sculture e dipinti. Viaggiamo attraverso la bellezza.

E sì, Tempini parlerà anche della sfida tra Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, ma il romanzo, ricco di colpi di scena, intrighi, misteri e inchieste, storie d’amore e grovigli politici, non è solo la cronaca di una sfida, è piuttosto la celebrazione dell’epoca ricca di mirabilia.

 

E una volta chiuso il libro ci rimane la voglia di un viaggio a Firenze alla ricerca di ogni riferimento a monumenti, strade e opere d'arte.

O di un secondo libro di Tempini.

sabato 7 maggio 2022

Ivano Porpora, la conservazione metodica del dolore,

  12 - 5/2022

Ivano Porpora, la conservazione metodica del dolore, Einaudi, 2012, 

NO SPOILER

La verità è che temevo che ci sarei rimasta male. Perché un post ad effetto lo sappiamo più o meno scrivere tutti, no? Ma un romanzo, ehhhhhh hai voglia.

Per questo non lo l’ho mai letto, Porpora. Lo seguo da anni su Facebook e sogno pure di fare un corso di scrittura, con lui... Ma come scrittore-scrittore, mi domandavo… e se poi è fuffa? Ho ascoltato le sue chiacchierate on line durante il lockdown, i suoi consigli dai film alle canzoni. Ho letto stralci, pensieri e raccontini. Ma un romanzo è un’altra cosa, e se mi delude? Perché io, se ci resto male, pare sempre una giornata di pioggia al tramonto e poi resto in bilico tra tristezza e vuoto per giorni.

Ecco, no, zioccan (così impreca il paese), proprio no.

Un calcio dritto nello stomaco a troncare fiato e perdere equilibrio, ecco cos’è questo libro!


È la storia di Benito uomo, Benito bambino, Benito adolescente. Ed è la storia di Viadana tutta Questo paese della bassa, tra campi e allevamenti e anse del Po.

Benito è un fotografo affermato che sta preparando la mostra più importante della sua carriera. “Omissis” è la raccolta di fotografie che ha scelto di presentare. Ma cosa lega, queste immagini tra loro? Cosa ricordano, cosa evocano, quale titolo dare ad ognuna?

Benito si ritrova a dover fare i conti con la sua patologia: il Grande Male che ha diviso la sua vita in fasi: prima e dopo quello specifico attacco epilettico. E questo disfunzione, in qualche modo, gli ha cancellato dieci anni di vita, di cui non ha alcuna memoria, dai sei ai sedici...  


“A un epilettico interessa constatare come stiano muscoli, cuore, sangue dopo ogni rotolata. Se la fronte è rotta, è un buon argomento di conversazione; se la lingua è stata morsa, e quanto a lungo: quello va bene. A un epilettico interessa la prima domanda che gli fanno quando rinviene, che di solito è: “Sai dove sei”; all’epilettico interessa la prima risposta, che sa ma non riesce a formulare, e gli interessa il dolore che ha sulla punta della lingua, viola e nera nei giorni di poi."


E deve fare i conti con l’archivio di fotografie ammassate nel tempo, Benito, in un metodico ordine alfabetico, chiuso a chiave.


“-Perché non butti le foto? - Mi dice ad un tratto.

- Non ho nulla da buttare, Mario, fanno parte di me.”


“-A volte c’è bisogno di deporre la macchina, - dice, e sembra che pali con sé. – L’occhio a volte va chiuso-. Poi riprende: -Perché conservi tutte le foto che fai, Benito?

-Perché io sono lì dentro- indico lo schedario, chiuso col lucchetto.”


Preparando “Omissis”, il fotografo si ricostruisce: gli anni perduti nell’oblio, le donne, gli scatti, gli amici, ma soprattutto il paese e i suoi abitanti con soprannomi bizzarri, occupati in lavori pesanti e sudore. Tiene insieme un circo, Porpora, di comparse perfette, chi clown, chi acrobata, chi domatore, chi fachiro e accompagna l’entrata in scena di ogni artista, al momento perfetto. Come in uno spettacolo degno di tale nome, ogni numero è un successo e ce n’è per tutti i gusti: per chi ride, chi piange, chi ha paura, con una destrezza puntigliosa, entrano in scena i compagni della band, il parroco del paese, il matto, papà e mamma, nonni, fratello, vicini di casa, donne, donne, donne… In una mirabolante carrellata di occhi, di storie, di corpi e di sessi. Di calore e freddo. Di dolore, tanto dolore, ma anche risate e corse in bicicletta e fotografie e politica e musica esigarette sul balcone d’inverno. E fiumi di vino rosso e tazze di camomilla con miele e limone. Un rutilante luna park dalla nascita del neonato a cui viene affibbiato un nome così ostinato, fino all’età adulta, senza mollare la presa nemmeno per un attimo.


Lasciatevi cullare dalla storia, ché la voce inciampa spesso in un dialetto tondo e sonoro, dalle maleparole, dalle bestiemme, dai nomignoli e sberleffi. Vi troverete a Viadana, in piazza, a domandarvi se le campane han ripreso a suonare.


Non vi dirò altro, ma leggetelo, a perdifiato, come ho fatto io, dedicategli tutto il tempo che avete. Ne uscirete con occhi luccicanti, cuore accelerato e un sorriso ebete.


“–Tu dici sempre che per te fotografare è afferrare una lucciola; io credo che a volte le lucciole sia necessario lasciarle andare.”


“- Che hai?

- È che a volte mi perdo. L’unico momento in cui mi sento reale è quando fotografo.”


. #ilibridihollyeponyo


lunedì 28 febbraio 2022

Blu, Giorgia Tribuiani

 “Blu”, Giorgia Tribuiani, Fazi editore 2021

Oggi pomeriggio ho visto il nome di Giorgia Tribuiani tra i candidati allo Strega, con la sua freschissima uscita “Padri”. Io l’ho scoperta lo scorso anno, con “Blu”. Vi ripropongo il mio pensiero su quel libro, credo che questa giovane scrittrice meriti attenzione.

Giorgia Tribuiani ci attacca un guinzaglio e, rude, ci trascina (peraltro in malo modo), nella foresta della follia; non ci accompagna delicatamente, non ci guida, ci strattona a forza, sempre più giù, nei luoghi delle nostre paure recondite, delle ansie. Non è un viaggio per tutti, ci vuole stomaco e destrezza, perché la Tribuiani non molla la presa e la discesa è impervia e il ritmo serrato…

Blu è un viaggio claustrofobico attraverso una mente ora in equilibrio, ora pericolosamente disturbata in costante tensione, col timore che qualcosa di brutto accada e che da lì, poi, non ci sia un rimediabile ritorno. È un monologo ma è anche un dialogo con se stessi. L'autrice gestisce maestosamente una matassa a più fili: la narrazione si srotola parallelamente tra: la vita della diciassettenne Ginevra/Blu, quella che la protagonista crede di vivere e quella che ha trascorso negli anni dell'infanzia. Il tutto in prepotente contemporaneità, con un'operazione di coesistenza simultanea perfetta, intrecciata a doppio filo con l’arte. La pittura, in cui la protagonista eccelle e la scoperta delle performance art la portano a rivedere la prospettiva di se stessa, i propri sogni e bisogni.

A Ginevra/Blu ci si affeziona, perché siamo stati tutti adolescenti: meravigliosi insopportabili impulsivi affettuosi menefreghisti stronzi, esattamente come lei, fragili corazzati delicati sensibili egoisti. E per lei ci si terrorizza, si teme che si faccia male, che le facciano male che si scopra nelle sue diversità e debolezze o che le scoprano estranei pronti a metterla alla gogna. Questo libro si legge, quasi in apnea, pagina dopo pagina, in una crescente tensione, ripetendo a mezza voce una nenia: “Adesso smettila Blu, non esagerare Blu, stai tranquilla blu, non fare così Blu, torna tra noi.”

Blu ci accoglie nello spazio circoscritto dei suoi pensieri: ambiente ampio, dilatato ma contemporaneamente chiuso e soffocante, schiacciato da sensi di colpa attuali e antichi. I luoghi non sono quelli del mondo reale ma quelli del pensiero che a volte trovano alloggio nella camera da letto, a volte nel bagno, in cucina, sul tram, al banco, in pochi altri luoghi reali; rimanendo principalmente luoghi della mente.

Giorgia Tribuiani dondola con maestria tra la gli spazi del pensiero, lasciandoci interdetti a chiederci: “ma sta accadendo? O è un ricordo? O lo immagina?” e ci strascica angosciati attraverso elucubrazioni, ridondanze, allucinazioni, disturbi ossessivo compulsivi, parole da ripetere, oggetti da calcolare, numeri che devono essere pari, battiti di ciglia che vanno contati e così i grani di riso. Gocce di olio che non possono cadere sul latte delle fette di mozzarella e contaminarle. Lampioni che non possono essere diciannove ma bisogna tornare indietro e trovarne ancora uno, venti, per trovare pace. E respiri che si interrompono e cuore che batte. E batte. E batte. Con una voglia incredibile di abbracciarla, questa Blu, stringerla, che noi lettori vogliamo proteggerla, noi lettori le vogliamo bene.

Uno spaccato sull’adolescenza e le sue caratteristiche primordiali, Blu è anche questo. Un centrifugato di emozioni straordinarie, mai piatte: sesso che è esaltante oppure fastidioso, amore che è uomo o donna, amicizia che non c’è e vorresti totalizzante, cibo da ingoiare o digiunare, abbracci o porte sbattute. Tutto bianco o nero. Anzi no. Bianco o Blu.

Io conosco questa autrice in FB. Se avessi scelto un aggettivo per lei avrei pensato a  “graziosa”, esteticamente certo, ma come modi, come approcci. Non la conoscevo come scrittrice (mi concentrerò a breve su “Guasti” e “Padri” poi) e no, non è graziosa. È potente. È vigore. È tenace. Non è un alberello di pesco o un cucciolo col fiocco. È un vento indomito, un bosco serrato, un randello. Una falce. Non è “graziosa”.

 


Paolo Milone, L’arte di legare le persone

 5 - 2/2022 Paolo Milone, L’arte di legare le persone, Einaudi, 2021


Mi diletto a segnarmi le “frasi belle”, nei libri, mentre leggo. Una righina verticale, leggera, con una matita grassa, sul margine esterno della pagina. Come scie d’aerei, orme sulla neve: con rispetto impongo al biancore una traccia del mio passaggio e del mio gusto.

Questa volta no. 

Questo libro non mi ha concesso predilezioni. E’ un tale tripudio di bellezza che continuo a rileggere. E mentre leggo e rileggo e trileggo mi rendo conto che sporcherei le pagine, con righine e doppie righine, ché ogni paragrafo merita menzione e ricordo. 


Quando scovai il titolo per la prima volta e ne lessi l’accoglienza osannante, pensai al bondage, a qualcosa di squisitamente sessuale. Ancora ci rido….


È uno psichiatra lo scrittore protagonista, che racconta il suo lavoro negli interventi d’urgenza, nei colloqui, nelturno in  reparto, nei TSO, nelle morti: “Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura, mi ritrovo a fare il lavoro che fa più paura a tutti”. 

E ancora una volta, la pazzia e la poesia prendono lo stesso treno e si siedono vicine vicine, nel viaggio attraverso una Genova luccicante: vie strette, dimore antiche di scale attorcigliate e ponti  da cui buttarsi e abitanti con le loro manie. Un viaggio tra fobie e dolori, mancanze e ditacchi. 


Un narrare autentico, sincero, lacerante e irriverente, ora stremato, demotivato ora accorato ed energico, come il nostro essere, ogni giorno, disuguali. E ci tira dentro la corsia, in malo modo a spinte e strattoni. Tra gli odori dei medicamenti, degli uomini, del piscio, dei cibi preparati dagli infermieri. Ci scontriamo con chi spacca tutto, persino costole o dita, persino se stesso. In chi si innamora del curante e cerca un contatto e lo rifugge. Ci imbattiamo in chi non ce la fa più e si butta di sotto e noi restiamo attoniti a guardarlo senza nemmeno il tempo di alzare le mani.

“Il paziente ha bisogno di uno che si stupisca, di uno che si commuova, di uno che raccolga la sua merda e risollevi la faccia ridendo, di uno che si confonda, che scappi, che gli metta le mani addosso. Cerca te, ha bisogno di te, non dei protocolli. Cerca il medico, non la medicina”. Pagina 35


Durante la lettura rimanimo in ammollo tra le pagine a domandarci… Chi è, il matto? E perché è spesso il dolore ad allontanarci da noi stessi in modo così irrimediabile?

E chi guarisce, poi torna a vivere? E come?

“I matti sono nostri fratelli . La differenza tra noi il loro è un giro di dadi riuscito bene - l'ultimo dopo un milione di uguali - per questo noi stiamo dall'altra parte della scrivania.” Pagina 23


In questi mesi ho letto la malattia mentale vista dalla Tribuiani e da  Mencarelli, torno a leggerne con piacere. Perché questo libro è un cioccolatino, prima del sonno, ma di quelli dolceamari. Nemmeno volendo lo si può divorare: necessita del tempo dell’ammirazione. Del tempo della meraviglia. Dell’accoglienze e comprensione del dolore. E del ritorno alla pagina precedente.

Spesso, alla fine di un brano, mi son detta “No, non può aver scritto una roba tanto bella.” E ho ripercorso i miei passi ad assaporare di nuovo. A soffermarmi su quei visi, sui loro occhi, sulle labbra, sulle parole. Sulla città, sull’ironia, sulla stanchezza, sulla sofferenza.

Sulle corde. Sul creare legami. Sulla potenza di certe descrizioni. Sui matti. Sulla poesia.

Leggetela, questa cesta di bellezza. Perché ce n’è sempre bisogno.


“Se vedo qualcuno che si sporge, offro la mano per non farlo cadere, e mentre lo tengo gli chiedo cosa vede punto Sono un vigliacco: Io guardo l'abisso con gli occhi degli altri.” Pagina 18


“Una notte insonne e breve per consolarsi del giorno prima. Una notte insonne e breve per prepararsi al giorno dopo. Aspra è la mattina: si riaprono i cassetti E riaffiorano i coltelli.” Pagina 53

. #ilibridihollyeponyo


sabato 12 febbraio 2022

Le stazioni della luna, Ali Farah

 4 - 2/2022

Ubah Cristina Ali Farah, Le stazioni della luna, 66THAND2ND, 2021.

NO SPOILER


Donne. Due donne molto diverse: una bianca, una nera, una giovane: Clara, una d’età matura: Ebla, una cresciuta in una tribù nomade, una in bella casetta in città, una depositaria di generazioni di saggezza tribale, l’altra novella maestra pronta all’insegnamento; due donne nate in Somalia, che ritengono l’Africa la loro terra. Siamo nel 1950, l’Italia deve accompagnare la Somalia in una fase di “Amministrazione fiduciaria” di transizione.  

Il colonialismo italiano e le usanze tribali si guardano in cagnesco, in una Mogadiscio spaccata in due. Ci si trova, di fronte a posizioni opposte, e ad appoggiarne le ragioni col medesimo entusiasmo. E niente è in grado di metterci maggiormente in crisi. Perché le tradizioni somale vanno indubbiamente rispettate e mantenute, ma la civiltà porta un pediatra tra bimbi curati con litanie e miscugli magici, porta una maestra dove non si utilizza la scrittura.

E le due donne con il loro bagaglio di differenze che più greve non si può, si amano, come madre e figlia.


Il romanzo ci apre la porta ad un passato nascosto: questo colonialismo taciuto e spesso dimenticato, ci dà una bella tirata d’orecchi e un calcio nel di dietro. Ci sbatte dietro la lavagna con gli orecchi d’asino e non urla, non ringhia, non graffia. Racconta con freddo distacco e dolore trattenuto, mesto. Col sorriso di chi ha vissuto e visto tutto. E ci lascia il compito di trarne conclusioni, senza schiamazzi.


C’è poi questo aspetto che non avevo mai davvero affrontato e non riesco ad immaginare: come ci si può sentire italiani se mai si è vista la patria? E cos’è la patria? Quella di chi ti ha generato? O quella che ha visto i tuoi primi passi. Quesiti quanto mai attuali serpeggiano lungo tutto il romanzo. 

“Clara si chiedeva se avesse davvero senso rimpatriare in un paese in guerra, quando a casa loro erano al sicuro. Qualcosa Le sfuggiva in quel ragionamento: patria corrispondeva a casa o piuttosto era a casa la patria?” Pag. 36

Mi è dispiaciuta la brevità, mi ha lasciato un po’ con la bocca asciutta, avrei preferito più pagine, più dettagli, più vita. E invece resto con la voglia di capire, di conoscere, di sapere. Ma forse è anche questo il bello di certi libri: ci lasciano più assetati di quando li abbiamo avvicinati.


E sia, accetto consigli su tematiche simili, affrontate con sincerità e senza clamore.


"La vita è semplice quando si adempie ai propri compiti, quando ci si adatta alle circostanze. Ma cosa rimane dei desideri, se non sappiamo tenerne conto?" Pag. 101 

#ilibridihollyeponyo


giovedì 3 febbraio 2022

Pnin, Nabokov

 

3 - 1/2022

Vladimir Nabokov, Pnin, Adelphi edizioni, (1953) 1998, traduzione Elena De Angeli

NO SPOILER 

Posso confessartelo che è il mio primo Nabokov?

Sono terrorizzata da Lolita, ma chissà, un giorno forse… Prima di aprirlo, questo romanzo, ti lascio un consiglio piccolino. Non avere fretta, non c’è nulla nella pagina dopo, nulla di nuovo, nessun colpo di scena, è solo vita, pagine di vita un po’ grigia, un po’ monotona. Ma gusta ogni frase, ogni riga. Fermati e gusta ogni parola, che sono gioielli di meraviglia.

 

Ti racconto di questo Pnin, stasera, perché c’è Sanremo e a me non interessa e perchè i classici, vanno tolti dalla polvere, lucidandoli, ogni tanto. E perché siamo tutti Pnin, una volta, qualche volta, ogni giorno.

 

Antieroi. Patetici. Tristi. Insignificanti. Determinati ad adattarci e a non riuscire a farlo. Alla ricerca di un’integrazione che ci lascia sempre estranei, balzani. In un campo di battaglia che ci vede perdenti, attori impacciati di una lotta impari.

 

È la storia di Timofej Pavlovic Pnin, accademico russo, fuggito durante la Rivoluzione d’ottobre, in continuo pellegrinaggio senza trovare il posto dove mettere le radici. Anelando stabilità, cambia spesso la casa in affitto, Pnin, dapprima in Europa, poi lo scopriamo professore di russo in un’università di provincia negli Stati uniti (esattamente come accadde a Nabokov).

Oltreoceano Pnin si concentra sull’impossibile adattamento ad una civiltà, che lo schernisce… Dopo decenni ancora il suo inglese è sconnesso e continua a storpiarne la pronuncia.

La sua vita era una guerra senza quartiere contro oggetti insensati che cadevano in pezzi o gli si rivoltavano contro o si rifiutavano di funzionare, oppure scomparivano per pura malignità nel momento stesso in cui entravano nella sua sfera di esistenza

Pnin, distratto e impacciato inciampa in continui eventi imbarazzanti: ad un simposio sbaglia il discorso da tenere, portandosi la tesina di una studentessa; cade dalle scale, lava le scarpe in lavatrice, rendendole inutilizzabili, compra il regalo sbagliato, si perde in un viaggio, guida con imbarazzante imbranataggine. E a volte ne è consapevole, più spesso no, o ci convive… A rendere il tutto oltremodo triste, Pnin è innamorato dell’opportunista Liza, che passa da un marito all’altro con serenità ed eleganza.

"Perché non lasciare alla gente i suoi dispiaceri personali? Il dolore, mi domando, Non è la sola cosa al mondo che la gente possegga davvero? "Pagina 52

 

Nabokov crea un ritratto unico: ironico e buffo, onesto, esilarante e malinconico.

“Veniva apprezzato Non tanto per una qualche sostanziale competenza, quanto per quelle sue indimenticabili digressioni, durante le quali si toglieva gli occhiali per gettare uno sguardo radioso al passato strofinando nel contempo le lenti del presente.”

 

Pnin possiede cultura sconfinata, di dettagli e minuzie (viaggia da Anna Karenina a “Guerra e pace” a Omero, Dostoevskij, Cechov …), parla di arte e di storia. È innamorato della patria lontana che ritrova in paesaggi e rimandi e letture ed espressioni e modi di dire.

 

Pnin è un perdente maldestro e impacciato ma pieno di decoro e fiducia per cui non si può non provare affetto nei suoi confronti. Il lettore si trova a detestare l’entourage accademico che lo deride, mostrandogli un sorriso affabile. Pnin è un uomo fallito, ma buono, misero, goffo per natura, che porta in luce l’inconsistenza di valori dell’università provinciale, che millanta di essere produttrice di cultura mentre si occupa di autoalimentarsi. 

Lo stile di Nabokov, incanta, oscilla tra minuzioso realismo (ci basti la descrizione fisica e dell’abbigliamento di Pnin nelle prime pagine: lascia a bocca aperta) e potenza evocativa.

E ci lascia in testa un novello aggettivo: “Pniniano” o il verbo “Pninizzare” perché siamo tutti un po’ così. Tutti pronti a crearci il nostro mondo pniniano, cucito attorno: un nido a nostra misura, dove nasconderci rinchiuderci proteggerci.

 

Non voglio dimenticare la sequenza di parole bellissime che Nabokov nasconde tra le pagine e la traduttrice ha scovato e ci consegna lustre, parole che suonano liquide: rabberciato mannello ciancicato diaccio macilento meditabondo almanaccare rorida epitome florilegio marezzato malia compassato chioccolio sibaritico glabella discettare. Tienele sotto il palato queste parole, come caramelle da tenere lì

 

“Certe persone - e io sono di quelle - odiano il lieto fine. Ci sentiamo truffati. Il fallimento è la norma. Un destino funesto non dovrebbe incepparsi.” Pagina 27

 

. #ilibridihollyeponyo

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