La sposa americana, Mario Soldati, (1977) 1978, Club degli Editori.
È
il tradimento il vero protagonista del libro, analizzato al microscopio, sotto
svariati aspetti: dal senso di colpa all’eccitazione, dall’esame di coscienza,
alla paura di essere scoperti, dallo sfrenato coinvolgimento fisico, alla
pianificazione serrata e razionale degli incontri, dalla pulsione sessuale allla
gelosia cieca… L’adulterio, protratto negli anni, si autodetermina, diviene un
atto dotato di identità propria, caratterizzato di propri valori e obiettivi,
libero di scegliere le proprie azioni e le modalità di concretizzazione, le
strategie per mantenersi in vita.
L’italiano
Edoardo, professore di letteratura in California, si innamora e sposa l’addetta
alla mensa universitaria: la bionda e pallida Edith, di origini cecoslovacche. Durante
il fidanzamento la tradisce con una collega, ma ad un certo punto si redime
convincendosi della felicità della condizione monogama. Come da cliché, però, proprio
all’altare, durante la cerimonia delle nozze, arriva la migliore amica di Edith
(nonché cognata), l’avvenente Anna, di origini siciliane, che mette sul tavolo
un carico da undici di sensualità conturbante. E lì, la relazione clandestina prende
coscienza di sé, pian piano, sotto la cenere le braci assumono colore e calore,
il desiderio cresce, poi divampa, divenendo capace di intendere e di volere
Soldati
non si sofferma troppo sulle differenze di estrazione sociale e cultura o sulle
difficoltà di un amore che ha radici in persone così lontane e dissimili, no,
discute piuttosto dei tratti estetici che contraddistinguono le donne, e dei due
caratteri abbastanza simili, ma sempre ridanciani, leggeri, con una scarsa base
culturale. In un gioco di paragoni e contrapposizioni l’autore ci racconta ciò
che nell’una o nell’altra genera ora attrazione, ora tenerezza… Il protagonista
si confessa senza ritrosie, come ad un amico comprensivo e tollerante,
liberandosi da ipocrisie o falsi moralismi. Edoardo si racconta tra un
flashback e l’altro, buttandoci in faccia secchiate di realismo cinico e
irritante, privo di rimorso, rivelandosi egoista, egocentrico, narcisista, supponente,
persino infantile… Capace persino di sperare in una tresca della moglie per
giustificare le proprie.
La
scrittura è raffinata, leggera ma elegante e introspettiva, senza diventare
tediosa né ripetitiva. Un libro, per certi versi, attuale, sospeso tra memoria
e modernità, con forti spunti autobiografici. Interessante la maestria
descrittiva: dei luoghi (dei paesaggi, delle abitazioni con i loro orti e la
povertà strabordante, degli ambienti anche casalinghi con dettagli emblematici
legati ai divani o alle tappezzerie), delle persone (particolari delle mani
affusolate e morbide, pallide o forti, dei capelli…), dei cibi (il banchetto di
nozze o i pasti preparati dalla suocera cecoslovacca)… E il finale? Risolto in
due parole, un colpo in pieno petto.
Ai
miei occhi, un vero maestro.
“Avrei
voluto qualcosa di assurdo: parlarle di amore a lungo ma in silenzio e senza
abbracciarla, soltanto sfiorandola.”
“...
la presi per mano e di comune istantaneo accordo, come investiti da un colpo di
vento improvviso verso una metà di felicità, ci slanciammo correndo attraverso
il piazzale deserto, che proiettori azzurri e altissimi rischiaravano di luce
lunare.”
“Non
ci siamo mai detti che ci andavamo. Non era necessario dircelo. Dircelo ci
pareva una bestemmia che lo negasse.”
“Che
senso aveva la vita? Nessuno, mi dicevo. Ero stato così felice che adesso non
desideravo più nulla. Un tranquillo stupore, una ferma disperazione, una
delusione per sempre, come se finalmente vedessi e toccassi con mano la verità
ultima dell'esistenza.”
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