mercoledì 11 febbraio 2026

 

La sposa americana, Mario Soldati, (1977) 1978, Club degli Editori.

È il tradimento il vero protagonista del libro, analizzato al microscopio, sotto svariati aspetti: dal senso di colpa all’eccitazione, dall’esame di coscienza, alla paura di essere scoperti, dallo sfrenato coinvolgimento fisico, alla pianificazione serrata e razionale degli incontri, dalla pulsione sessuale allla gelosia cieca… L’adulterio, protratto negli anni, si autodetermina, diviene un atto dotato di identità propria, caratterizzato di propri valori e obiettivi, libero di scegliere le proprie azioni e le modalità di concretizzazione, le strategie per mantenersi in vita.

L’italiano Edoardo, professore di letteratura in California, si innamora e sposa l’addetta alla mensa universitaria: la bionda e pallida Edith, di origini cecoslovacche. Durante il fidanzamento la tradisce con una collega, ma ad un certo punto si redime convincendosi della felicità della condizione monogama. Come da cliché, però, proprio all’altare, durante la cerimonia delle nozze, arriva la migliore amica di Edith (nonché cognata), l’avvenente Anna, di origini siciliane, che mette sul tavolo un carico da undici di sensualità conturbante. E lì, la relazione clandestina prende coscienza di sé, pian piano, sotto la cenere le braci assumono colore e calore, il desiderio cresce, poi divampa, divenendo capace di intendere e di volere

Soldati non si sofferma troppo sulle differenze di estrazione sociale e cultura o sulle difficoltà di un amore che ha radici in persone così lontane e dissimili, no, discute piuttosto dei tratti estetici che contraddistinguono le donne, e dei due caratteri abbastanza simili, ma sempre ridanciani, leggeri, con una scarsa base culturale. In un gioco di paragoni e contrapposizioni l’autore ci racconta ciò che nell’una o nell’altra genera ora attrazione, ora tenerezza… Il protagonista si confessa senza ritrosie, come ad un amico comprensivo e tollerante, liberandosi da ipocrisie o falsi moralismi. Edoardo si racconta tra un flashback e l’altro, buttandoci in faccia secchiate di realismo cinico e irritante, privo di rimorso, rivelandosi egoista, egocentrico, narcisista, supponente, persino infantile… Capace persino di sperare in una tresca della moglie per giustificare le proprie.

La scrittura è raffinata, leggera ma elegante e introspettiva, senza diventare tediosa né ripetitiva. Un libro, per certi versi, attuale, sospeso tra memoria e modernità, con forti spunti autobiografici. Interessante la maestria descrittiva: dei luoghi (dei paesaggi, delle abitazioni con i loro orti e la povertà strabordante, degli ambienti anche casalinghi con dettagli emblematici legati ai divani o alle tappezzerie), delle persone (particolari delle mani affusolate e morbide, pallide o forti, dei capelli…), dei cibi (il banchetto di nozze o i pasti preparati dalla suocera cecoslovacca)… E il finale? Risolto in due parole, un colpo in pieno petto.

Ai miei occhi, un vero maestro.

 

“Avrei voluto qualcosa di assurdo: parlarle di amore a lungo ma in silenzio e senza abbracciarla, soltanto sfiorandola.”

“... la presi per mano e di comune istantaneo accordo, come investiti da un colpo di vento improvviso verso una metà di felicità, ci slanciammo correndo attraverso il piazzale deserto, che proiettori azzurri e altissimi rischiaravano di luce lunare.”

“Non ci siamo mai detti che ci andavamo. Non era necessario dircelo. Dircelo ci pareva una bestemmia che lo negasse.”

“Che senso aveva la vita? Nessuno, mi dicevo. Ero stato così felice che adesso non desideravo più nulla. Un tranquillo stupore, una ferma disperazione, una delusione per sempre, come se finalmente vedessi e toccassi con mano la verità ultima dell'esistenza.”

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